
L'avvocata Maud Coudrais presenta "Il dramma del giudizio" di Alessio Lo Giudice, per la rivista francese "Recueil Dalloz", 6 Febbraio 2025.
Il dramma del giudizio
Maud Coudrais
Avvocata presso l'Ordine degli Avvocati di Parigi – Dottore in Giurisprudenza
Articolo originale “Le drame du jugement”, in Recueil Dalloz, 6 février 2025, n. 5, p. 195. Tradotto dal francese dall’autore.
Nel suo saggio Il dramma del giudizio, Alessio Lo Giudice, professore ordinario di filosofia del diritto all'Università di Messina, propone una riflessione sull'atto di giudicare e quindi sul diritto stesso. In questo saggio, pubblicato nel 2023 da Mimesis Edizioni, compie un atto salvifico di resistenza contro l'attuale tentazione di evacuare il giudizio. Riafferma che l'atto di giudicare costituisce il cuore stesso dell'esperienza giuridica. Soprattutto, esplora e riabilita la dimensione drammatica del giudizio.
Tutto sembra oggi concorrere a mandare in corto circuito il giudice: la dematerializzazione delle procedure, la cosiddetta "intelligenza artificiale", la denuncia del "governo dei giudici". Potremmo aggiungere alla lista la propaganda di Stato basata sulla sacralizzazione dei modi detti alternativi di risoluzione delle controversie, la stigmatizzazione della soluzione giudiziaria, e la colpevolizzazione di chi pretende accedere al giudice e chiedere protezione alle autorità pubbliche. Un modo astuto per travestire la rinuncia dello Stato a svolgere questa missione regale e una politica liberale di esternalizzazione da preoccupazione umanistica. Tuttavia, l'arma principale di queste ideologie sta proprio nella negazione dei conflitti e del dramma, nella promessa, spesso illusoria, di una giustizia senza pathos, senza errore, puramente razionale.
Contrariamente a questo discorso fuorviante e controproducente, Alessio Lo Giudice ci ricorda molto utilmente che la vocazione del giurista è quella di guardare in faccia l'umanità, invitandoci ad un'etica della lucidità. Senza dogmatismi, l'autore ci guida in un'indagine intima, mettendosi nei panni del giudice per comprendere il suo stato mentale quando compie la sua missione. Esplora la dimensione filosofica, psicologica, etica, ma anche quasi spirituale dell'atto di giudicare. Egli ci mostra fino a che punto il giudizio è una ricerca della verità, un cammino di conoscenza, un'esperienza profondamente personale e viva. Descrive il tormento di portare a termine questa missione, necessaria e allo stesso tempo impossibile.
L'autore mette in discussione il mito del sillogismo giuridico, affermando "l'irriducibilità del giudizio ad un'operazione esclusivamente logica" (p. 112). Anche perché la risposta alla "domanda di giustizia" che anima l'essere umano "non è mai deducibile da una regola generale ed esplicita, universalmente accettabile, pronta ad essere applicata ai casi singoli" (p. 123). In realtà, giudicare implica un salto nel vuoto. Così, il sillogismo giuridico è soprattutto una ricostruzione a posteriori di un ragionamento apparentemente logico, volto a conferire legittimità ad una soluzione trovata con altri mezzi (capitolo 4). Evocare il dramma del giudizio permette all'autore di fare i conti con un altro mito, quello della neutralità, dell'oggettività del giudizio ("cui gli esseri umani, in quanto tali, non potranno mai accedere" p. 12).
Alessio Lo Giudice propone una terza via, quella di una “sensibilità giudicante” che cerca di fare coesistere sensibilità ed imparzialità. Egli si propone di superare la sterile contrapposizione tra oggettività ed arbitrarietà per abbracciare "una concezione radicalmente umana del diritto" (pp. 15 e 16), vale a dire sperimentare "la compresenza, nell'esperienza giuridica, tanto dell'espressione della soggettività libera, con le sue credenze e le sue aspirazioni, quanto della condivisione di un nucleo di significati, di principi, posti a tutela della dignità di ciascun essere umano" (p. 17), ma anche "per rispondere alla pretesa di giustizia, senza possedere un concetto universale della giustizia sotto il quale si possano sussumere i casi secondo uno schema meramente logico" (p. 19). E la soluzione al problema, all'enigma, sta nell'etica. Ritroviamo la trinità aristotelica del pathos, del logos e dell’ethos. Solo l'etica personale è in grado di mediare tra razionalità e sensibilità. L'autore si ispira anche alla nozione di senso comune sviluppata da Kant (p. 140), che definisce come la "facoltà di giudicare che nella sua riflessione tien conto a priori del modo di rappresentare di tutti gli altri" (p. 160). Per l'autore, questo "pensare mettendosi nei panni degli altri" sembra offrire una riconciliazione tra sensibilità e razionalità molto più feconda dell'illusoria oggettività, ma anche della banale empatia. “Rappresentare a sé stessi i punti di vista degli altri, attraverso l’immaginazione, non equivale ad adottare acriticamente le prospettive altrui o ad essere banalmente empatici. Si tratta di considerare come presenti tutti coloro che sono necessariamente assenti» (p. 183).
Il libro del professor Lo Giudice appare dunque come un atto di fede nella capacità umana di giudicare, nella vocazione del diritto a cercare sempre la via di mezzo. Con François Ost e Paul Ricoeur, l'autore insiste tuttavia sul fatto che la legge porta sempre "una traccia di violenza insopprimibile" (p. 61 e segg.). Ovviamente, ci sarebbe stato tanto da dire, a proposito della drammaticità del giudizio, sull'imperfezione della giustizia e sulla violenza legittimamente avvertita da tanti giustiziabili davanti ai loro giudici. Questa osservazione non è in contraddizione con la tesi dell'autore. Alla fine, il ricorso al giudice non è forse il peggiore di tutti i sistemi per risolvere un conflitto, ad eccezione di tutti gli altri? Non sarebbe più urgente chiedere più giudici piuttosto che cercare ad elimarli?